ARCEVIA E LA PALA DI LUCA SIGNORELLI

 


panorama del borgo, foto wikipedia

 

Arcevia (in provincia di Ancona) à una cittadina prevalentemente medievale le cui origini risalgono al periodo delle invasioni barbariche quando diverse popolazioni preferivano posizioni più elevate. Nel medioevo il luogo era sovente ricordato come "Rocca Contrada".

Ultimamente Arcevia ha comunque richiamato l'attenzione dei turisti anche per i diversi edifici interessanti ed alcune opere d'arte che vi si possono ammirare. Fra le tappe più significative il Convento di San Francesco (ora in parte trasformato in centro culturale), il giardino dedicato a Leopardi, la collegiata di San Medardo con una bella opera di Giovanni della Robbia ed una piccola pinacoteca, il Museo Archeologico Statale ed altro ancora.

Meritano comunque attenzione la cinta muraria e le zone verdi che circondano l'abitato. Interessanti anche i dintorni e fra questi anche diversi castelli  Nidastore, Avacelli, Castiglioni ecc..

Arcevia non è molto distante da Pergola (cittadina famosa per le statue dorate di epoca romana) e dalle grotte di Frasassi.

approndimenti (web comunale)

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LA PALA DEL SIGNORELLI

Relativamente ad Arcevia va comunque segnalato che proprio qui Luca Signorelli produsse una delle sue opere più significative.


foto studio arthemisia  in occasione presentazione al pubblico

 

Al fine di riportare alla fruibilità dei cittadini e dei turisti un capolavoro assoluto del Rinascimento, voluto e commissionato nella città, il Comune di Arcevia e l’Associazione Pro

Loco Arcevia hanno proposto nel 2008 una mostra dedicata alla Pala di Arcevia di Luca Signorelli (Cortona 1445 – 16 ottobre 1523), nel cinquecentenario della sua creazione.

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Di seguito parte del comunicato Arthemisia preparato  per la mostra presso la Collegiata di San Medardo

Protagonista naturalmente è il capolavoro di Signorelli che torna nella città natale dopo 197 anni. Raffigurante la Madonna in Trono con i Santi detta Pala di Arcevia, l’opera venne

commissionata al Signorelli da Giacomo di Simone Filippini, un maggiorente della allora Roccacontrada, per la cappella gentilizia della famiglia nella chiesa di San Francesco. Nel

gradino del trono si legge chiaramente a lettere dorate il dettaglio della committenza arceviese:

“JACOBI SIMONIS DE PHILIPPINIS AERE DEO ET DIVAE MARIAE DICATUM FRATRE

BERNARDINO VIGNATO GUARDIANO PROCURANTE M°D°VIII”.

L’opera cambiò proprietari e luoghi nel corso dei secoli. Dopo il rifacimento in stile barocchetto della chiesa di San Francesco, nella prima metà del 1700, la Pala venne smembrata. La tavola

centrale, spogliata della cornice originaria, della cimasa, della predella e dei piastrini laterali -che vennero restituiti alla famiglia Filippini - fu collocata sull’altare di San Bonaventura e

dimensionato alla nuova decorazione a stucco. Passati dagli eredi Filippini ad un antiquario romano verso il 1880, la cimasa, i quadretti della predella e i pilastri laterali emigrarono in modo diverso:

la cimasa si trova ora al Museo di San Diego, la predella è al museo di Altenburg in Germania, un piastrino è in collezione privata inglese e l’altro disperso. La tavola centrale fu invece requisita

durante il periodo napoleonico (1811) per arricchire la Pinacoteca imperiale di Milano e a nulla valsero i tentativi di ricorso da parte di Pier Sante Filippini contro la requisizione del quadro.

Solo le accurate ricerche dello studioso arceviese Anselmo Anselmi consentirono, nel 1891, di rintracciare il quadro, in deposito presso la chiesa parrocchiale di Figino con erronea

attribuzione alla scuola bolognese, e di restituirlo al suo legittimo autore.

Con lettera del 15 dicembre 1891 il Ministero respinse la richiesta della cittadinanza arceviese con i suoi amministratori per riavere l’opera. Dal 1892, si provvide quindi a che la Pinacoteca di

Brera potesse ritirare il quadro ed esporlo.

Annoverato ed apprezzato tra i maggiori capolavori di Brera, la Pala di Arcevia, che è fra le opere più schiette del pittore, per l’attenuarsi dei contrasti luminosi e cromatici in una tenue luce

diffusa e addolcente il plasticismo delle forme, potrà essere dunque ammirata eccezionalmente per più di sei mesi nella città che l’ha vista nascere.

 

Luca_Signorelli

 

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